PORNOSBRONZE

Racconti surreali dalla Milano bene.

Il falò

 “Stanotte, che sia, sarà una folle notte”, urlava Caterina di fronte a me, tra il falò ed il mare. Saltava e girava su se stessa sino a perdere l’equilibrio, avvolta da un pareo bianco latte e un costume rosso come il cuore. Eravamo una decina, in maggioranza tedeschi, amici del campeggio. La notte era nostra, come era nostra la chitarra ed il fumo. Le stelle brillavano forti e luccicanti in un blu profondo e senza fine. L’odore era quello dei fuochi sulla spiaggia, la vista annebbiata da vino rosso e biscotti Mulino Bianco a fare da tappo. Era la libertà. Ci sentivamo stranieri nella nostra nazione, parlando un inglese intercalato da espressioni dialettali bresciane.

Un ragazzo (decisamente più alto di me) mi invita a fare conversazione. Si parla (in tedesco) delle differenze di abitudini. Si parla sempre di differenze di abitudini, ad un primo incontro coi forestieri. Al discorso si aggiungono altri due, che con fare sospetto mi squadrano. Il mio tedesco è uno schifo. De Rossi in cinque anni mi ha insegnato l’Anarchia, mica il tedesco, penso io.

Le canne girano, e io brillantemente faccio notare che questi artefatti non si cenerano, bisogna aspettare che la cenere cada da sola. Altrimenti si scappellano ed è un casino.

Rompo il silenzio della notte con un colpo di tosse, e si continua a chiacchierare. Caterina si apparta con uno, dietro agli scogli. Non la vedo da un venti minuti, ma tra poco torna. La vodka alla fragola è di quella buona, passo la parola ad una tedesca niente male, piccola ma formosa e ben fatta. Mentre sorseggio dalla bottiglia il liquore, lei sorseggia Jack. Ne beve mezza bottiglia, e io a far finta di ascoltare. Le guardo le tette. Lei lo sa e si compiace interiormente. La mia testa inizia a fare kaputt, si fa pesante. Le parole scorrono difficili, al tedesco ho sostituito un inglese frammentario, sconnesso. Lei lo capisce, me la fa annusare, se ne va dagli altri. Rimango un secondo, un minuto, forse mezzora, da solo, appeso al quesito se vomitare o no. Opto per la seconda ipotesi evitando una madornale figura di merda coi crucchi. La ghiaia sotto il culo fa male, il terreno è umido, e la notte inizia a farsi sentire. Vado in tenda, ci provo, ma inciampo e finisco dritto nell’acqua. Devo pisciare, emettere qualcosa dal mio corpo, mi sta salendo su il nodino di maiale cazzo. Barcollo fino al mio rifugio, e trovo una felpa bagnata, ma solo un poco. La indosso e torno dai miei. In questo frangente mi accorgo che la situazione senza di me non è cambiata, e la cosa mi ferisce un poco. Ma sono troppo messo per fare ragionamenti.

La notte scorre, sono le quattro e la gente inizia ad andarsene. Rimaniamo io, Caterina e pochi altri. Siamo in quattro. I due crucchi reggono poco, un dieci minuti e tornano anche loro nelle rispettive roulotte. Rimaniamo io e lei, indaffarati in discorsi pseudo poetici tardo rinascimentali. Le stelle, la vita, il futuro. L’alcol mi impedisce di seguire un discorso che duri più di trenta secondi. La testa è pesante, la nausea incombe. Penso di alzarmi, ma poi sorvolo. Non ce la faccio. I miei occhi si chiudono. Ho su le lenti a contatto.

Sono le sei quando apro un occhio, tutto appiccicoso dalle secrezioni e dalle lenti. Fa freddo in questa spiaggia, e Caterina dorme sotto una coperta che ha dimenticato non so chi. Quando apro di nuovo gli occhi sono le otto e mezza. Il suono che sento è quello di un passeggino che cammina sulla ghiaia di questa spiaggia deserta. Mi sento uno schifo.

“Cate, forse è meglio che io vada”

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