PORNOSBRONZE

Racconti surreali dalla Milano bene.

Maledetti anni novanta

 Era appena rincasato. Di quelle sere che volavano, tra qualche canna di erba e litrate di Martini bianco. Rigorosamente di frigo.

Tre cazzo di ore per un parcheggio. Cristo odiava la zona per questo.

L’avrebbe presa e sbattuta nel cesso, quel rottame.

Di certo non poteva mica andare in giro in bici, e del motorino neanche a parlarne. Si, qualche idea su un motorello di classe l’aveva pur fatta, ma solo un’idea. Se poi doveva portare a zonzo una stella, come cazzo faceva? No zero, motorini. Roba da poco. 

Chiude la porta, tre giri. Uno. Due. Tre. Abitudine. Quei cazzo di ladri-tossici-immigrati clandestini avrebbero dovuto suonare il campanello, per entrare.

Non come al cortile. Al cortile rubano le bici. Rubano le bici solo perché in cortile ci sono solo bici. E gatti randagi che ingurgitano pattume. Le bici sono vecchie e fosse per lui finirebbero tutte quante in un cesso. Tanto te la rubano. Sempre. A volte si svegliava dal rumore delle tenaglie idrauliche su quei cazzo di lucchetti di gommapiuma da vecchi. Lui la bici l’ha sempre tenuta in cantina. Chiamatelo pazzo.

Leva il parka e accende il pc. Controlla la posta. Assaggia una Lucky. Solite stronzate. Si incazzava, pensando a quei mentecatti che gli inviavano robe del tipo “Vuoi avere l’uccello più lungo” o “Fai godere la tua bimba per tutta la notte”. Americani. Popolo di scemi.

Aspettava delle mail, ma non ne ricordava il motivo. Era già messo bene dalla serata passata a casa di Luca. La solita serata col sound giusto e l’entusiasmo a terra. Roba da vecchi. Ma alla fine si era anche abituato a quel mood, lo sentiva suo (come sentiva suo il periodo di passaggio); non che lo amasse, ma qualcosa lo rendeva familiare.

Davanti al vecchio e ingiallito monitor di quel ferrovecchio che chiamava computer, si sentiva uno stronzo. Pensava che non potesse essere reale. Odiava le chat, e tutte quelle troiette succhiacazzi che le frequentavano. Ma forse odiava ancor di più quei vecchi bavosi che si sparavano le ultime cartucce tentando di essere hardcore con la qwerty. Leoncino 64 succhiami sto cazzo. Come potevano essere quelli lì? Amava pensarli vecchi e grassi. Pelati e sudati. Il viscido delle parole che scrivevano si trasponeva sulla loro fronte e sul loro piccolo e insignificante membro.

Atto a seghe di gran lusso davanti ai loro portatili di ultima generazione.

Spegne la siga. Le sighe quando le spegne, non le spegne mai completamente. Per questo la sua tana è aromatizzata al fumo freddo.

Porta le tazze di Nesca in cucina e le sbatte nel lavandino. Accende la tele e inizia la maratona di televendite merdose. Ne amava una in particolare, quella dei cento successi italiani in sei cidì a sessantanove lauri invece che cento. Cazzo se è stata fatta bene quella pubblicità. “Va contro ogni logica”, pensava, ma ne restava ogni notte ipnotizzato. Non cambiò canale per una ventina di minuti. Venti minuti con gli occhi appiccicati allo schermo sorseggiando una Bud in lattina. Gelida. E ascoltando canzoni vecchie come il mare. La tele si spegne.

“Sono le quattro, forse è meglio buttarsi in branda”.

Letto disfatto, e l’odore di fumo era penetrato anche in cameretta. Tra le lenzuola tiepidi pensieri per conciliare il sonno. Damien non era come tutti gli altri, e lo sapeva. A volte si rimproverava di pensare troppo. Di studiare troppo. Di essere o voler essere qualcuno di nuovo, qualcuno che senza problemi avrebbe risposto ad ogni domanda, senza indugio. I pensieri lo portano a quando era appena adolescente, verso i tredici quattordici anni. Erano mesi difficili quelli. Mamma e papà litigavano in continuazione, e lui a fare da surrogato paterno al fratellino di cinque anni più piccolo. Aveva in mente una scena. Ricorreva spesso in quel periodo dell’anno, associato ad una sensazione molto triste, quasi fisiologicamente esplicata in brividi di terrore misto malinconia. Lo aveva provato per anni, seduto nella vasca da bagno, con l’acqua calda che scorre, il corpo nudo e lo spiffero freddo del bagno. Arrivava in particolare modo quando aveva modo di pensare, di riflettere sul passato prima di addormentarsi, su quello che è stato. Ora aveva venticinque anni, e di materiale psicanalitico da analizzare ne aveva abbastanza. Chiude le palpebre, cerca di non pensare, ma la mente lo riporta lì, senza pietà.

Erano gli anni novanta, degli anni proprio di merda. Non conosceva nessuno che potesse dare contro a questa tesi.

È universalmente accettato che gli anni novanta sono stati anni di merda. Inutili, per certi versi, malinconici, per altri. Un solo aggettivo: decadenti. Gli anni settanta avevano dato vita al rock come lo intendiamo e alle lotte di classe, al computer e alla disco music. Insomma, qualcosa da salvare l’avevano pure lasciato. Ma ‘Dam lo poteva sapere solo per sentito dire.

Gli anni ottanta hanno avuto qualche sussulto di creatività, di colore sgargiante, di glamour, prima di esalare l’ultimo respiro, rantolando nei maledetti anni novanta.
Bene, la prima cosa che il nostro ricorda di quegli anni era quella lettera, scritta di proprio pugno e con l’ingenuità di un grande che sa di comportarsi da bimbo, sperando che l’innocenza oramai perduta possa tornare. Di nuovo. Come quando muore un parente e per un attimo ci sentiamo più grandi della morte, convincendoci che non può essere vero. Sensazione effimera e come non mai malinconica.

Aveva undici anni, nonostante ciò quattordici anni dopo in quel letto disfatto le immagini erano come non mai chiare, vivide, stampate a caratteri cubitali nella mente.

La situazione in famiglia era diventato un bel casino, con papà che continuava a mentire a sé stesso per convincersi che non poteva abbandonare quei due bimbi per una segretaria del cazzo. Ma ci cascava sempre, e ogni volta sua moglie a perdonarlo tra lacrime e grida di disperazione, che tuonavano nei timpani dei due figli, fino ad allora abituati ad ascoltare solamente ninna nanne e qualche pezzo di Ivana Spagna in vinile.

Non sarebbe potuta andare avanti così. Non per molto. Le tracce evidenti di rossetto sul collo della camicia di suo padre erano chiare anche al piccolo Damien. Sua madre l’aveva ripreso in casa già due volte, di cui una con la forza, ma non erano bastate a far cambiare idea al marito, caduto e ricaduto sempre nello stesso peccato. Era un fedifrago, e i fedifraghi difficilmente cambiano idea. Certo, magari la forza di volontà c’era pure, ma non bastò.

Il piccolo si ritrovò proiettato in una casa di periferia, più grande di quanto effettivamente servisse. Era domenica, giorno di visita al paparino. La prima visita al paparino, dopo l’ennesimo crack familiare. Ricorda che era seduto davanti ad un treottosei a giocare al volleyball. Schermo Hercules in bianco e nero, ai tempi un prestigio per un ragazzino di quell’età. Suo fratello non c’era, ma non ricordava il perché. Forse per non traumatizzarlo, la madre cercò per qualche settimana di rinviargli il dolore della consapevolezza.

“C’è qualcuno che ti vuole conoscere”.

Dam ricorda di essersi girato e di averla vista. Di nuovo lei. Un urlo strozzato dall’angoscia. Cazzo sono questi i traumi che un ragazzino si porta avanti per tutta una vita. Una cosa del genere ti fa crescere dagli undici ai sedici anni nell’arco di un secondo.
Era rimasto allibito dalla cosa. Passarono intere settimane prima di tornare alla parola. Ma nel frattempo scrisse una lettera, che con ingenuità iniziava con “La casa l’avete pagata tutti e due: non dovete separarvi” e seguiva con infantili motivazione sul cosa e cosa non fare, sul come si sarebbero dovuti comportare per non mandare a puttane tutto. Damien sapeva, lo percepiva lontano ma chiaro il segnale, mentre teneva tra le dita la biro e sentiva sotto di sé il terreno muoversi: non c’era speranza.

Il bimbo cresciuto tutto d’un colpo, che cerca di ritrovare l’ingenuità che un divorzio tra i genitori ti strappa via per sempre.

Maledetti anni novanta. I primi divorzi di massa sono avvenuti proprio in quel periodo. Ad oggi esiste un’ intera generazione di figli ventenni traumatizzati dal divorzio dei genitori. Era il periodo di Tangentopoli e della crisi economica, la Lira non valeva un cazzo e suo padre era pure rimasto senza lavoro per qualche mese. Si respirava aria grigia, vento di tristezza, altro che di cambiamento, e Dam ricorda che per le strade, nelle scuole, in sala giochi non si vedevano persone veramente felici.

Ci si sentiva come in quei paesi dell’Est sottosviluppato: inadeguati, decadenti, soli.

I sogni erano ormai frantumi. Dam ricorda, un istante prima di addormentarsi, che continuò per mesi ad apparecchiare la tavola per quattro.

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