Gli omini di Youtube
Sono in uno spazio completamente buio mentre ascolto i Pet Shop Boys sull’Ipod (ho comprato quello Nano bellissimo che fa i video) mentre dai lati del vuoto profondo vedo arrivare degli omini con al posto della testa un monitor e nel monitor c’è YouTube. Quello che fa vedere i video e nel video c’è la musica. Da quando c’è YouTube non vado più da Ricordi in centro a comperare i dischi, ora compero principalmente: plettri, libri, dvd di Kubrick in offerta a novenovanta.
Nei monitor degli omini c’è YouTube, l’ho riconosciuto dal logo.
Mi avvicino a queste personcine che hanno le zampette minute come quelle di un pollo però di proporzioni umane e sento che sono amici anche se non parlano.
Sui loro schermi c’è YouTube.
Ad un certo punto mi chiedo: “Cazzo ma Dio esisterà?”
Sono di fronte ad un omino di YouTube ma non so se è il capo questi esserini zampettanti sono tutti dannatamente uguali sono dieci o nove. Li conto ma non riesco a tenere a mente i numeri e quindi ci impiego mezzora. Guardo vicino vicino e sono assolutamente attratto dai loro monitor che ora sono neri come un video di YouTube che deve ancora iniziare con il tasto play bianco in mezzo. Presente no. Avvicino l’indice e lo appoggio sul monitor che è la testolina di queste creaturine, sono dei monitor da diciannove mi sa viste le dimensioni. Sti qui sono alti come me più o meno ed il loro monitor è molle e bagnato tipo placenta. Penso “cazzo è molle!” e addentro la mia manona all’interno della testa di quello che mi sembra il capo. Questo non fa niente tra l’altro è tutto nero intorno tutto fermo mi sa che sono nello spazio. Alcuni di loro iniziano a danzare proprio mentre io ho la mano dentro alla faccia senza occhi del loro capo ma non sento la musica perché attorno è silenzio profondo come quando hai i tappi, come quando sei sordo.
Questi qua zampettano con le loro coscette pelosette e piccine a destra e a manca, ma non capisco, potrebbe essere una danza di gioia o di dolore non lo so, non hanno espressione e si muovono come dei burattini ballerini. Intanto il mio braccio è sempre dentro a questo qui e io sento freddo come quando da bambino d’inverno mi facevano il bagnetto ed io in accappatoio venivo assalito e circondato da spifferi gelidi e poi i miei si sono separati. Io ogni volta che entro in un bagno sento il brivido freddo.
In questa placenta nera e fredda ma non viscida e bagnata come pensavo, all’interno dell’immobile creaturina, trovo dei cubi che sembrano di plastica, come cubi di Rubik ma con solo quattro caselle, sento che i cubi sono neri. I suoi compari ci hanno circondato e danzano abbracciati saltellando e zampettando, e le loro gambette si muovono come fossero senza giunture e penso che se mi dovessi operare al ginocchio non vorrei guardare nel monitor come ha fatto Mark quando si è sistemato i legamenti.
Proprio no direi.
Guardo il mio corpo per controllare se ci sono, e in effetti c’è, ci sono, mi vedo tutto intero perché in realtà è come se stessi spiando me stesso invisibilmente da una dozzina di metri, quindi vedo tutta la scena di questi che ballano e io in mezzo, fermo con il braccio sino al gomito dentro la testa del tipo. Ora non capisco se questa sensazione la stia provando io io o l’io che vedo. Penso che magari ci potrebbe essere un collegamento empatico, giungo alla conclusione che quello che guarda e quello che viene guardato sono io ad ogni modo, la stessa persona.
Rabbrividisco e mi chiedo: “Cazzo ma Dio esisterà?”
La mia attenzione si concentra di nuovo sul braccio che afferra un cubo grosso come una mela all’interno della placenta nera, lo stringo tra le mani forte fino a quasi tagliarmi con i suoi spigoli. Gli spigoli del cubetto tagliano come taglia la plastica dura spezzata di netto. Faccio questo per capire se sono vivo e a quanto pare lo sono, perché sento un dolore pungente nel palmo.
Estraggo il braccio dalla faccia dell’omino YouTube, in mano ho il cubo nero che diversamente dalle mie aspettative non è umido, bensì asciutto, di un nero opaco. Sembra proprio un involucro di plastica dalle pareti poco spesse. Sento che dentro è vuoto. Il faccione monitor dell’omino YouTube torna al suo stato originario in un battibaleno, ossia uno schermo lcd da diciannove pollici. Mi guardo intorno e mi accorgo che i suoi simili hanno smesso di ballare.
“Proprio adesso?”, penso io, mentre in dissolvenza in entrata risuonano i synth potenti di Always on my mind, la mia preferita, gran cover di Elvis Presley.
Gli ometti antropomorfi sembrano tristi, rimuginano, sento i loro lamenti. È il primo suono che emettono dacché son qua fuori.
Vengo travolto da un’assurda e prepotente sensazione di malinconia ed ansia. Non capisco, credo di aver fatto qualcosa di sbagliato e sento il cuore che piange. Mi rammarico e a stento trattengo le lacrime, sino ad esplodere qualche istante dopo in un pianto infantile, quello che senti il caldo dentro, che ti sei tolto un peso.
In ginocchio di fronte al capo degli omini impreco tra le lacrime più vere e liberatorie che abbia mai versato, libero la mia testa ed il mio spirito dalla fuliggine accumulata. Gli omini non fanno niente, sono smarriti nel loro lamento, ed io mi sento come se avessi perso ogni certezza.
Nel silenzio del nulla avviene tutto ciò, mentre fotografo con la mente la scena da una dozzina di metri di distanza.
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