Ho deciso di non esserci
La giornata era iniziata anche bene, perché di seguire quella merda di corso di Letterature Comparate proprio non ne avevo voglia. Poi c’è quel prof. pelato che mi disturba. Di quei tipi giovani ma vecchi, un gran laido che fa lo spaccone con le donnine a fine lezione. Se li taglia corti, i capelli, ma io lo vedo che è pelato. Anche uno scemo lo capirebbe.
Così anziché svegliarmi, docciarmi, bere un Nesca freddo e intubarmi nella metro verde come ogni santo lunedì di novembre, me ne stavo nel letto con l’orecchio teso alla porta d’ingresso aspettando che mia madre si recasse al lavoro alle otto. Quattro giri di chiave tac tac tac tac, il silenzio mi avvolge mentre chiudo gli occhi e mi lascio trasportare tra le braccia di Morfeo che, a quanto ho capito, era un dio greco che dormiva alla grandissima. Mi alzo alle dieci e venti solo per pisciare, ma mi ritrovo a mettere su un pentolino d’acqua sul bollitore (per comodità usiamo il Nesca) e a fumarmi una Merit imballato davanti a TG regione. La Merit. La prima della giornata, non certo l’ultima della mattinata, non certo l’ultima della mia vita. Ho sonno, di quei sonni che potrebbero durare mille anni, ma questa malinconia mi tiene sveglio, questo momento di morbida crudeltà, di inesorabile e dolce senso di colpa mi tiene sveglio.
Solo chi ha studiato sa cosa significa saltare scuola in un freddo lunedì di novembre. Attendere la solitudine nell’appartamento, avvolti da una coperta di lana o da un piumone, mentre fuori piove e il lento scrosciare delle tettoie riporta la testa a mai sbocciati amori. Osservare dal didentro il mondo che si ricopre di pioggerellina fitta fitta e bagnatissima, mentre aspiri un caldo tiro di sigaretta e pensi ai temerari che ce l’hanno fatta, a quei lupi di mare che si sono svegliati in tempo, alle tue compagne di corso che prendono il treno da fuori Milano e che forse, domani, ti passeranno qualche appunto che fotocopierai golosamente da My Copy per la modica cifra di uno e sessanta se vuoi te li rilego ma no lasci stare sono solo poche pagine. Saltare lezione è una vittoria, una scelta di vita, un malinconico insegnamento. Pare che il weekend duri una settimana, che quello che stai vivendo sia tempo vinto alla lotteria Italia, prezioso e rubato alla vita, scorre veloce ma la mente cammina a passo d’uomo. Il cielo corre mentre noialtri stiamo a guardare.
Rassetto il ciuffo perché accipicchia un ciuffo così all’uni non ce l’ha mica nessuno.
Mi chiamo Aldo e ho ventun’ anni. Vivo vicino a piazzale Lodi con i miei. Mio fratello è uscito alle sette e mezza perché studia ad un tecnico di Cimiano.
Sono momenti profondi nella vita di un ventenne, questi. Momenti di riflessione, attimi di ermetico sbadiglio in una routine universitaria zeppa di impegni, scadenze, esami, amori, evidenziatori. E’ un sottrarsi alla vita, questo, per qualche ora. La serata di ieri ha fatto le sue vittime, io sono tra quelle, ma non gliene faccio una colpa. Forse dovrei fumare meno, perché il mio respiro fischietta e appena sveglio ho i conati.
Avvolto da un golf di lana peruviana che non indosserei mai pubblicamente osservo il lento svanire dei granuli di caffè solubile all’interno della tazza rossa, una tazza alta e massiccia, da caffè americano. L’acqua dentro scotta, i polpastrelli arrossiscono mentre trascino le dita da un estremo all’altro della coppa, intento a ricalcare le lettere della marca di caffè che produce queste lisce, splendide, carezzevoli tazze dalle estremità arrotondate. Il bollitore esala vapori caldi d’acqua ormai tiepida mentre la caldaia sbuffa per il sovraccarico di riscaldamento richiesto da questo mio personalissimo momento di dilemma.
Le articolazioni del corpo ancora sonnecchiano, in una estenuante ricerca di ulteriore riposo. Ginocchia, gomiti, collo. Giunture indolenzite, fredde e da oliare come trasmissioni di un meccanismo arrugginito. Sento un vuoto dentro che genera una voglia di dormire eterna, come addormentarsi per non svegliarsi più, come dormire nel proprio caldo letto per sempre. Una piazza sarebbe sufficiente, basta che oltre al lenzuolo ci sia un copriletto dell’Ikea e una coperta dei nonni a quadrettoni scozzesi appoggiata con geometrica abilità dalla mamma la sera prima, giust’appena prima che il suo figlio prediletto vada a dormire che domani deve andare all’università che ha lezione quanti sacrifici ma quante soddisfazioni che ci dà sa signora la scorsa settimana ha preso trenta TRENTA! pensa te che bravo il mio figliolo signora sa che soddisfazioni guardi.
Questo rallentamento volontario della vita, questa parentesi deliziosa scandita dai clacson lontanissimi e colpi veloci di ramazza che sfrega sul cemento in cortile mi rende lento e introspettivo. Sorseggio il caffè che ha un gusto amaro e sintetico, vedo la televisione ma non la guardo. Forse c’è una televendita di Mediashopping, non so. Sul tavolo della cucina si alternano sensazioni gelide (quando prendo il coltello per spalmare della marmellata d’arance sul toast appena saltato fuori dal tostapane con foga, quasi irritato, come per chiamare la mia attenzione) a sensazioni bollenti (la tazza del caffè, o quando metto una mano sulla pancia per grattarmi). La vita scorre veloce, in questo momento di solitudine scippato al destino, mi sento un Mattia Pascal in erba.
Volate lontanissime, preoccupazioni, ansie, allergie. Io sono qui, adesso, e ho fregato il mondo intero. Io sono qui ora senza essere altrove, senza essere dove dovrei essere e, sinceramente, non so che farmene di questo tempo, ma la cosa non importa: sentivo di farlo, nulla al mondo stamane mi avrebbe gettato nel mucchio, mi avrebbe costretto a seguire quelle lezioni, a bagnare i miei jeans e le mie New Balance inzuppandole di fango e poltiglia. Non avrei mai avuto il coraggio di affrontare il vento tagliente di una Milano di fine novembre, quel vento che ferisce gli occhi e le tempie, che fa male alla vita. Oggi sono qui, perché ho deciso di non esserci, perché ho deciso di prendermi una pausa. Una pausa dalla vita. Non so se questo mio immobilizzarmi avrà conseguenze, so solo che vedo uccelli volare bassi come in un lugubre presagio, che nonostante tutto ho bisogno del mio caldo letto, che è l’unico posto al mondo che vorrei realmente conoscere, l’unico posto al mondo che prende la mia forma senza chiedermi di prendere la sua, tutto ciò che può capire il mio io profondo, la mia essenza, il mio essere …
***
Il caffè era ormai finito da un pezzo, gli ultimi gocci misti a zucchero giacevano freddi a fondo tazza. Nel posacenere si contavano almeno dieci Merit. Il televisore era ancora acceso sul tre, quando il corpo senza vita di Aldo venne ritrovato dalla madre, di ritorno dal lavoro. Una fuga di gas, probabilmente causata dalla dimenticanza di chiudere il rubinetto di emissione del vecchio fornello, l’aveva intossicato fino a fargli perdere i sensi, fino a morire di una dolce morte calma e silenziosa, una morte che lo colpiva in uno dei momenti più profondi della sua adolescenza, una morte che lo ha abbracciato nel suo attimo di vera, anarchica, malinconica libertà.
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postato da pornosbronze
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