PORNOSBRONZE

Racconti surreali dalla Milano bene.

Anice

Ho sognato che ero in strada ho sognato che stavo vivendo in una scheda del computer rossa. Era tutto così vero e vivido avevo una moltitudine di abilità tra cui:

- saltare come volando facendo dei salti volanti lunghi quasi sei metri

- disegnare benissimo

- fare dei calcoli a quindici cifre subito

- pescare tutti i pesci del mare con una sola esca

Ero felice e succhiavo una Fisherman’s all’anice e liquirizia.

Il sogno era magico il sogno era vero e nitido. 

Vagavo per la città e prendevo la rincorsa per i miei lunghi salti in questa discesa stradale molto ripida e dritta e continuavo a saltare rincorrendo una strada che non finiva mai.

Galleggiando nel vuoto che era rosso  mi sono trovato a dover entrare in un buco sotterraneo che era un club privè e mi innamoravo. Io ero contento e tutto era rosso come se ogni luce del posto avesse una gelatina davanti. 

Con lei sono andato in una casa molto bianca non arredata formata da una stanza solamente con un letto al centro. Mentre ci baciavamo dolcemente lei mi ha chiesto qualcosa che non ricordo, io mi stavo chiedendo “chissà cosa mi ha chiesto” e in quell’istante le quattro pareti si sono scoperchiate e mi sono trovato nel centro di un grande prato in una giornata di sole abbracciato sul matrimoniale alla bellissima creatura.

Mi sono svegliato e ho trovato tutto sfocato.

Il mondo è sfocato.

I sogni sono celesti come carte di caramelle all’anice.

PornoSbronze 2008-2011 © Riproduzione Riservata

Io mi fidavo di Internet

Mi sento molto solo così sto su questa nuova cosa del computer che si chiama Internet e che ti fa vedere i siti e che riesci a scaricare le canzoni dei tuoi artisti preferiti da un posto tipo un grande archivio dove ci sono un sacco di cd e altre cose.

Io mi connetto perché connettermi mi fa sentire reale.

Fuori mi pigliano tutti in giro perché sono alto quattro metri e non ho il televisore in cucina.

Mi chiamo Elio ho sedici anni sono nato in settembre. Abito a Niguarda. Oggi il tempo in città è stato sereno poco nuvoloso e a scuola ho preso sette in geografia. Ho fatto una ricerca sulla Svezia.

Mia mamma mi ha comprato il computer Pentium II perché siamo nel duemila e nel duemila le ricerche si fanno col computer. Se non ce l’hai ti bocciano sicuro, le ho detto. Così me l’ha comprato e io posso andare su Internet e fare una chattata con chi mi pare o ordinare una pizza a New York.

Ragazzi siamo nel futuro.

Esco poco già di mio. Mi fanno sempre stare in porta e sono sempre l’ultima scelta quando fanno le squadre a pallone. Gli altri sono due metri e mezzo più bassi di me ma mi prendono in giro sempre. Sono in tanti. Io non mi arrabbio con loro perché sono bassi ma loro con me sì.

Allora uno si chiude in casa e va su Internet, dico io.

Se non altro la Rete è una cosa che mi fa sentire importante almeno per qualcuno. Su Internet non sanno chi sono non sanno che sono alto quattro metri e già praticamente calvo a sedici anni. Non sanno che mangio solo mandarini che si sbucciano facile. Ogni tanto il purè.

Solo la maestra di sostegno mi capiva, quella delle medie. Una volta mi ha fatto toccare le tette e io ho goduto mi sono sentito adulto insomma grande quelle cose lì. Poi però non l’ho più vista per un po’ a scuola chissà dov’è finita quella vecchia baldracca a cui manca uno o due venerdì. Quella mi ha detto chissà che pisello grande che hai tu che sei alto quattro metri e io le ho detto vuoi vederlo e lei ha detto che era enorme era davvero mostruoso. Io mi sono messo a piangere e l’hanno licenziata. Io non sono un mostro e lei mi capiva e mi ha deluso.

Ho scaricato questo programma che ti fa avere le canzoni gratis basta che le cerchi. Io ho cercato Madonna e mi è uscito come risultato una cover di un pezzo di Sting. Scaricare significa portare sul tuo computer qualcosa che non esiste veramente. Per farla esistere devi metterla su un cd altrimenti la ascolti sul computer. Io ho preso un masterizzatore e ci metto quello che scarico, lo metto sui cd vergini. Con questo aggeggio copio anche i giochi della Play dal mio compagno di banco ricco: calcio, macchinine, mountain-bike.

Vado che è ora di cena e mia mamma mi sta chiamando da mezzora, però dopo torno.

-

Eccomi qua sono sempre io ho mangiato sei mandarini e sono sazio. Finalmente posso connettermi a Internet e sento il mio modem (ho letto su un libro che vuol dire modulatore-demodulatore ma non ne sono certo) che fa:

“duuuuuuuuuu-da-da-dàradà”

.

“Da-da-dàradà”

.

.

.

“Chrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr”

È viola con le lucine rosse che lampeggiano.

Sono connesso e cerco il mio nome su un motore di ricerca che si chiama Altavista ed è giallo. Un motore di ricerca è una sentinella che sa tutto quello che c’è su Internet e te lo dice. Basta chiederglielo. Trova anche le foto e i video di Pamela Anderson con Tommy Lee che guida il suv con l’uccello. Ho un po’ di siti preferiti che visito sempre ma non ve li dico mi vergogno.

Esce il mio nome in una dozzina di risultati e uno di questi è un sito di medicina penso di una clinica francese. Sbarro gli occhi perché ci sono anche due foto mie da piccolo e in questa foto sono nudo.

Non posso credere a quello che sto vedendo è allucinante.

Angosciato e avvilito controllo anche gli altri risultati della ricerca e trovo sempre mie foto di me da piccolo con scritto “mostro” sempre. Sotto ci sono i commenti degli altri che hanno Internet che scrivono che ridere che schifo guardate che mostro lui è un mostro lui fa schifo e ridono.

Io mi fidavo di Internet.

Sento addosso una sensazione di malessere, la luce della camera si è fatta fioca e il tempo sembra rallentare secondo dopo secondo, minuto dopo minuto, ora dopo ora. Resto paralizzato di fronte al monitor fino a che la tristezza non lascia aria all’anima. Grigio vado a dormire, pensando che domani sarà un giorno qualunque di un mostro qualunque.

PornoSbronze 2008-2011 © Riproduzione Riservata

Le ossessioni del Dentista Dott. Lorenzi

Sono il Dott. Lorenzi abito a Cernusco sul Naviglio ma sino a ieri sera ho lavorato a Milano vicino a San Siro.

Ho aperto questa clinica odontoiatrica perché volevo fare un mucchio di soldi. La gente ha continuo bisogno di cure, perché il mal di denti è terribile, davvero terribile. Avrei potuto aprire un’attività di pompe funebri, perché la gente muore in continuazione. È un mercato forte, vivo, ma troppo inflazionato. Poi bisogna avere gli agganci con gli ospedali e la cosa non mi andava.

Perché sono un tipo onesto, io.

Così a settembre 2008 ho aperto la clinica odontoiatrica “Sorrisi Perfetti” in zona stadio Meazza. Ho chiesto un finanziamento alla banca che me lo ha dato perché avevo già un po’ di soldi. Le banche danno i soldi a chi ha i soldi. Le banche sono per i ricchi. Se un povero chiede dei soldi, non glieli danno. Le banche sono furbe.

Ho trentotto anni e sono dei gemelli. Volevo sfondare e fare una valanga di soldi. I dentisti guadagnano bene.

Ho studiato medicina e ho fatto tirocinio e tutto. Mi sono spaccato il culo, io. Anni sui libri senza uscire di casa. Mia madre è orgogliosa di me. Mio padre è morto dieci anni fa.

Ieri mi sono svegliato come sempre alle sette, ho bevuto un caffè di moka e ho acceso una sigaretta. Il tempo là fuori era grigio come tutti gli altri giorni, e una leggera nebbiolina iniziava a farsi largo in quest’autunno dal cielo limpido e dal fogliame marrone. Ho camminato fino alla metro verde e sono poi sceso a Lotto cambiando prima in Cadorna.

La mattina sui mezzi leggo romanzi gialli, Lansdale e soci. Mi gasano perché non sai chi è il colpevole sino all’ultima pagina. A volte ho la tentazione di andare in fondo e sbirciare la fine, scoprire il colpevole dell’ennesimo omicidio che fa impazzire Scotland Yard. Non lo faccio mai.

SONO UN TIZIO ONESTO IO.

Di solito in studio delego le operazioni di routine (otturazioni, pulizie, estrazioni) ai miei sottoposti più giovani. Alle mie dipendenze lavorano otto persone, tutte laureate. Cinque sono dentisti e possono operare, tre invece si occupano degli appuntamenti e delle faccende di segreteria. Stefania l’ho assunta per prendere gli appuntamenti ma ogni tanto me la sdraio in ufficio. Questa è una porca con due bocce ad ampio raggio. Ho capito sin dal primo colloquio conoscitivo che tipo era, perché me lo ha ciucciato dopo dieci minuti però non sono venuto. Lei me lo ciuccia quando sono teso perché è comprensiva, perché le piaccio. Sono ancora in forma per via della palestra, ho tutti i capelli e la mia abbronzatura è ben curata.

Prima di andare al lavoro mi lavo l’uccello perché non si sa mai.

Non è per dire, ma il mio uccello è ben messo. A quella piace, per intenderci. Lei non è proprio figa tipo modella, ma è molto porca. Le darei un sette e mezzo sulla fiducia. Una così serve sempre, soprattutto nei momenti di grosso lavoro. Lei non mi ha chiesto mai nulla in cambio. Non sono il tipo che chiede sesso in cambio di favori. A me queste cose disgustano.

Al lavoro sono stimato, tutti mi dicono “Buongiorno Dott. Lorenzi!” quando mi vedono entrare in sala operatoria, con il camice bianco e il passo sicuro. Qui c’è gente che lavora, caro mio. Nonostante io ami il mio lavoro, mi sono accorto di un fatto strano che devo ammettere mi ha spaventato. Insomma che tutti i miei sottoposti, ho notato, avevano la bocca trasandata. Un bel sorriso è un gran biglietto da visita, ma io lo percepivo già da cinquantaquattro giorni circa che loro tutti stavano tramando qualcosa contro di me. Non so bene quale fosse il piano, ma io potevo percepire la loro malignità, la percepivo nei loro sorrisi sempre identici e sgraziati, deformi, cariati. Alle dipendenze di un dentista, senza un minimo di amor proprio, di igiene dentale. Prima non erano così. Prima si curavano. Il loro malessere ha fatto putrefare la loro bocca. Io lo sapevo che questi signori e queste signore marcivano fuori perché stavano marcendo di invidia per la mia posizione di potere e volevano portarmela via.

Non avrei potuto continuare così per molto. No di certo.

Allora sai cosa ho fatto? Ho preso una bella valigetta e l’ho riempita con un bel po’ di quattrini dei lavori che avevo in ballo con lo studio (ponti a vecchiette, otturazioni a mocciosi, ablazione alle MILF). Non so quanti, ma abbastanza da lasciare lo studio in merda piena. Ho ritirato tutto. O quasi tutto. Questi sono I MIEI SOLDI perdio. Sono miei. Loro mi invidiano a morte, mi vogliono rapinare della mia vita, mi vogliono morto.

Non mi restava che fuggire.

Ho preso il secondo aereo disponibile perché il primo volo era sold-out.

Un volo per Cuba.

Fa un gran caldo quaggiù, mi ci dovrò abituare.

L’ho scampata bella.

Ora vi saluto perché c’è il gioco-aperitivo in piscina.

PornoSbronze 2008-2011 © Riproduzione Riservata

Gli omini di Youtube

 Sono in uno spazio completamente buio mentre ascolto i Pet Shop Boys sull’Ipod (ho comprato quello Nano bellissimo che fa i video) mentre dai lati del vuoto profondo vedo arrivare degli omini con al posto della testa un monitor e nel monitor c’è YouTube. Quello che fa vedere i video e nel video c’è la musica. Da quando c’è YouTube non vado più da Ricordi in centro a comperare i dischi, ora compero principalmente: plettri, libri, dvd di Kubrick in offerta a novenovanta.

Nei monitor degli omini c’è YouTube, l’ho riconosciuto dal logo.

Mi avvicino a queste personcine che hanno le zampette minute come quelle di un pollo però di proporzioni umane e sento che sono amici anche se non parlano.

Sui loro schermi c’è YouTube.

Ad un certo punto mi chiedo: “Cazzo ma Dio esisterà?”

Sono di fronte ad un omino di YouTube ma non so se è il capo questi esserini zampettanti sono tutti dannatamente uguali sono dieci o nove. Li conto ma non riesco a tenere a mente i numeri e quindi ci impiego mezzora. Guardo vicino vicino e sono assolutamente attratto dai loro monitor che ora sono neri come un video di YouTube che deve ancora iniziare con il tasto play bianco in mezzo. Presente no. Avvicino l’indice e lo appoggio sul monitor che è la testolina di queste creaturine, sono dei monitor da diciannove mi sa viste le dimensioni. Sti qui sono alti come me più o meno ed il loro monitor è molle e bagnato tipo placenta. Penso “cazzo è molle!” e addentro la mia manona all’interno della testa di quello che mi sembra il capo. Questo non fa niente tra l’altro è tutto nero intorno tutto fermo mi sa che sono nello spazio. Alcuni di loro iniziano a danzare proprio mentre io ho la mano dentro alla faccia senza occhi del loro capo ma non sento la musica perché attorno è silenzio profondo come quando hai i tappi, come quando sei sordo.

Questi qua zampettano con le loro coscette pelosette e piccine a destra e a manca, ma non capisco, potrebbe essere una danza di gioia o di dolore non lo so, non hanno espressione e si muovono come dei burattini ballerini. Intanto il mio braccio è sempre dentro a questo qui e io sento freddo come quando da bambino d’inverno mi facevano il bagnetto ed io in accappatoio venivo assalito e circondato da spifferi gelidi e poi i miei si sono separati. Io ogni volta che entro in un bagno sento il brivido freddo.

In questa placenta nera e fredda ma non viscida e bagnata come pensavo, all’interno dell’immobile creaturina, trovo dei cubi che sembrano di plastica, come cubi di Rubik ma con solo quattro caselle, sento che i cubi sono neri. I suoi compari ci hanno circondato e danzano abbracciati saltellando e zampettando, e le loro gambette si muovono come fossero senza giunture e penso che se mi dovessi operare al ginocchio non vorrei guardare nel monitor come ha fatto Mark quando si è sistemato i legamenti.

Proprio no direi.

Guardo il mio corpo per controllare se ci sono, e in effetti c’è, ci sono, mi vedo tutto intero perché in realtà è come se stessi spiando me stesso invisibilmente da una dozzina di metri, quindi vedo tutta la scena di questi che ballano e io in mezzo, fermo con il braccio sino al gomito dentro la testa del tipo. Ora non capisco se questa sensazione la stia provando io io o l’io che vedo. Penso che magari ci potrebbe essere un collegamento empatico, giungo alla conclusione che quello che guarda e quello che viene guardato sono io ad ogni modo, la stessa persona.

Rabbrividisco e mi chiedo: “Cazzo ma Dio esisterà?

La mia attenzione si concentra di nuovo sul braccio che afferra un cubo grosso come una mela all’interno della placenta nera, lo stringo tra le mani forte fino a quasi tagliarmi con i suoi spigoli. Gli spigoli del cubetto tagliano come taglia la plastica dura spezzata di netto. Faccio questo per capire se sono vivo e a quanto pare lo sono, perché sento un dolore pungente nel palmo.

Estraggo il braccio dalla faccia dell’omino YouTube, in mano ho il cubo nero che diversamente dalle mie aspettative non è umido, bensì asciutto, di un nero opaco. Sembra proprio un involucro di plastica dalle pareti poco spesse. Sento che dentro è vuoto. Il faccione monitor dell’omino YouTube torna al suo stato originario in un battibaleno, ossia uno schermo lcd da diciannove pollici. Mi guardo intorno e mi accorgo che i suoi simili hanno smesso di ballare.

“Proprio adesso?”, penso io, mentre in dissolvenza in entrata risuonano i synth potenti di Always on my mind, la mia preferita, gran cover di Elvis Presley.

Gli ometti antropomorfi sembrano tristi, rimuginano, sento i loro lamenti. È il primo suono che emettono dacché son qua fuori.

Vengo travolto da un’assurda e prepotente sensazione di malinconia ed ansia. Non capisco, credo di aver fatto qualcosa di sbagliato e sento il cuore che piange. Mi rammarico e a stento trattengo le lacrime, sino ad esplodere qualche istante dopo in un pianto infantile, quello che senti il caldo dentro, che ti sei tolto un peso.

In ginocchio di fronte al capo degli omini impreco tra le lacrime più vere e liberatorie che abbia mai versato, libero la mia testa ed il mio spirito dalla fuliggine accumulata. Gli omini non fanno niente, sono smarriti nel loro lamento, ed io mi sento come se avessi perso ogni certezza.

Nel silenzio del nulla avviene tutto ciò, mentre fotografo con la mente la scena da una dozzina di metri di distanza.

PornoSbronze 2008-2011 © Riproduzione Riservata

Ho deciso di non esserci

La giornata era iniziata anche bene, perché di seguire quella merda di corso di Letterature Comparate proprio non ne avevo voglia. Poi c’è quel prof. pelato che mi disturba. Di quei tipi giovani ma vecchi, un gran laido che fa lo spaccone con le donnine a fine lezione. Se li taglia corti, i capelli, ma io lo vedo che è pelato. Anche uno scemo lo capirebbe.

Così anziché svegliarmi, docciarmi, bere un Nesca freddo e intubarmi nella metro verde come ogni santo lunedì di novembre, me ne stavo nel letto con l’orecchio teso alla porta d’ingresso aspettando che mia madre si recasse al lavoro alle otto. Quattro giri di chiave tac tac tac tac, il silenzio mi avvolge mentre chiudo gli occhi e mi lascio trasportare tra le braccia di Morfeo che, a quanto ho capito, era un dio greco che dormiva alla grandissima. Mi alzo alle dieci e venti solo per pisciare, ma mi ritrovo a mettere su un pentolino d’acqua sul bollitore (per comodità usiamo il Nesca) e a fumarmi una Merit imballato davanti a TG regione. La Merit. La prima della giornata, non certo l’ultima della mattinata, non certo l’ultima della mia vita. Ho sonno, di quei sonni che potrebbero durare mille anni, ma questa malinconia mi tiene sveglio, questo momento di morbida crudeltà, di inesorabile e dolce senso di colpa mi tiene sveglio.

Solo chi ha studiato sa cosa significa saltare scuola in un freddo lunedì di novembre. Attendere la solitudine nell’appartamento, avvolti da una coperta di lana o da un piumone, mentre fuori piove e il lento scrosciare delle tettoie riporta la testa a mai sbocciati amori. Osservare dal didentro il mondo che si ricopre di pioggerellina fitta fitta e bagnatissima, mentre aspiri un caldo tiro di sigaretta e pensi ai temerari che ce l’hanno fatta, a quei lupi di mare che si sono svegliati in tempo, alle tue compagne di corso che prendono il treno da fuori Milano e che forse, domani, ti passeranno qualche appunto che fotocopierai golosamente da My Copy per la modica cifra di uno e sessanta se vuoi te li rilego ma no lasci stare sono solo poche pagine. Saltare lezione è una vittoria, una scelta di vita, un malinconico insegnamento. Pare che il weekend duri una settimana, che quello che stai vivendo sia tempo vinto alla lotteria Italia, prezioso e rubato alla vita, scorre veloce ma la mente cammina a passo d’uomo. Il cielo corre mentre noialtri stiamo a guardare.

Rassetto il ciuffo perché accipicchia un ciuffo così all’uni non ce l’ha mica nessuno.

Mi chiamo Aldo e ho ventun’ anni. Vivo vicino a piazzale Lodi con i miei. Mio fratello è uscito alle sette e mezza perché studia ad un tecnico di Cimiano.

Sono momenti profondi nella vita di un ventenne, questi. Momenti di riflessione, attimi di ermetico sbadiglio in una routine universitaria zeppa di impegni, scadenze, esami, amori, evidenziatori. E’ un sottrarsi alla vita, questo, per qualche ora. La serata di ieri ha fatto le sue vittime, io sono tra quelle, ma non gliene faccio una colpa. Forse dovrei fumare meno, perché il mio respiro fischietta e appena sveglio ho i conati.

Avvolto da un golf di lana peruviana che non indosserei mai pubblicamente osservo il lento svanire dei granuli di caffè solubile all’interno della tazza rossa, una tazza alta e massiccia, da caffè americano. L’acqua dentro scotta, i polpastrelli arrossiscono mentre trascino le dita da un estremo all’altro della coppa, intento a ricalcare le lettere della marca di caffè che produce queste lisce, splendide, carezzevoli tazze dalle estremità arrotondate. Il bollitore esala vapori caldi d’acqua ormai tiepida mentre la caldaia sbuffa per il sovraccarico di riscaldamento richiesto da questo mio personalissimo momento di dilemma.

Le articolazioni del corpo ancora sonnecchiano, in una estenuante ricerca di ulteriore riposo. Ginocchia, gomiti, collo. Giunture indolenzite, fredde e da oliare come trasmissioni di un meccanismo arrugginito. Sento un vuoto dentro che genera una voglia di dormire eterna, come addormentarsi per non svegliarsi più, come dormire nel proprio caldo letto per sempre. Una piazza sarebbe sufficiente, basta che oltre al lenzuolo ci sia un copriletto dell’Ikea e una coperta dei nonni a quadrettoni scozzesi appoggiata con geometrica abilità dalla mamma la sera prima, giust’appena prima che il suo figlio prediletto vada a dormire che domani deve andare all’università che ha lezione quanti sacrifici ma quante soddisfazioni che ci dà sa signora la scorsa settimana ha preso trenta TRENTA! pensa te che bravo il mio figliolo signora sa che soddisfazioni guardi.

Questo rallentamento volontario della vita, questa parentesi deliziosa scandita dai clacson lontanissimi e colpi veloci di ramazza che sfrega sul cemento in cortile mi rende lento e introspettivo. Sorseggio il caffè che ha un gusto amaro e sintetico, vedo la televisione ma non la guardo. Forse c’è una televendita di Mediashopping, non so. Sul tavolo della cucina si alternano sensazioni gelide (quando prendo il coltello per spalmare della marmellata d’arance sul toast appena saltato fuori dal tostapane con foga, quasi irritato, come per chiamare la mia attenzione) a sensazioni bollenti (la tazza del caffè, o quando metto una mano sulla pancia per grattarmi). La vita scorre veloce, in questo momento di solitudine scippato al destino, mi sento un Mattia Pascal in erba.

Volate lontanissime, preoccupazioni, ansie, allergie. Io sono qui, adesso, e ho fregato il mondo intero. Io sono qui ora senza essere altrove, senza essere dove dovrei essere e, sinceramente, non so che farmene di questo tempo, ma la cosa non importa: sentivo di farlo, nulla al mondo stamane mi avrebbe gettato nel mucchio, mi avrebbe costretto a seguire quelle lezioni, a bagnare i miei jeans e le mie New Balance inzuppandole di fango e poltiglia. Non avrei mai avuto il coraggio di affrontare il vento tagliente di una Milano di fine novembre, quel vento che ferisce gli occhi e le tempie, che fa male alla vita. Oggi sono qui, perché ho deciso di non esserci, perché ho deciso di prendermi una pausa. Una pausa dalla vita. Non so se questo mio immobilizzarmi avrà conseguenze, so solo che vedo uccelli volare bassi come in un lugubre presagio, che nonostante tutto ho bisogno del mio caldo letto, che è l’unico posto al mondo che vorrei realmente conoscere, l’unico posto al mondo che prende la mia forma senza chiedermi di prendere la sua, tutto ciò che può capire il mio io profondo, la mia essenza, il mio essere …

***

Il caffè era ormai finito da un pezzo, gli ultimi gocci misti a zucchero giacevano freddi a fondo tazza. Nel posacenere si contavano almeno dieci Merit. Il televisore era ancora acceso sul tre, quando il corpo senza vita di Aldo venne ritrovato dalla madre, di ritorno dal lavoro. Una fuga di gas, probabilmente causata dalla dimenticanza di chiudere il rubinetto di emissione del vecchio fornello, l’aveva intossicato fino a fargli perdere i sensi, fino a morire di una dolce morte calma e silenziosa, una morte che lo colpiva in uno dei momenti più profondi della sua adolescenza, una morte che lo ha abbracciato nel suo attimo di vera, anarchica, malinconica libertà.

PornoSbronze 2008-2011 © Riproduzione Riservata

Mi piace grattarmi le palle e asciugarmi i capelli con il phon fino a bruciarmi la cute. Provo un piacere che nessuna donna mi ha mai dato.

Sono Antonio ho ventiquattro anni abito a Corvetto e sono di destra convinto.

Il mio peggiore incubo è: bere tre birre da sessantasei e pisciare dentro ai vuoti e scoprire che le riempio tutte e tre e che anzi ne riempio anche una quarta a metà anche se ho bevuto solo quello quel giorno.

Questo è il mio incubo.

PornoSbronze 2008-2011 © Riproduzione Riservata

Cercando Rebecca

C’è questa ragazza in uni che sembra Sofia Loren, ma non si chiama Sofia Loren bensì Rebecca D’Angelo. Pare abbia un bel ventiquattro anni, proprio come me, mica di primo pelo per intenderci. Sembra sia cresciuta nelle terre del Sud, un paesino in cima alle colline, con una splendida vista sul mare. A Milano è venuta per studiare, e ci siamo incontrati due settimane fa al corso di Letteratura medievale e io mi sono soffermato subito sui suoi OCCHI e sui suoi DENTI.

Ha dei denti grandi e bianchissimi. Una dentatura perfetta, da predatrice dei mari. Anche di corpo non è niente male, unoesessanta, semplice nel vestire, avvolta da completini estivi e infradito colorate, ma giuro che DENTI. Una bocca costellata di perle e circondata da due labbra carnose come un quarto di bue appena spellato e macellato. Mora, una terza scarsa, portamento nobile, con queste due labbra GRASSE che sembrano finte. Fattezze di giù, si direbbe MEDITERRANEA anche perché ha la pelle olivastra e quell’accento e quella parlantina che pronuncia le G doppie anche quando non ce n’è bisogno.

Quando interveniva a lezione, i primi giorni di questo semestre, vedevo soltanto la sua bocca e i suoi occhi. Se ci penso bene, questa fissa non era particolarmente indicata come cosa, mi deconcentrava alla grande, nel senso che per interi minuti non vedevo null’altro di lei: era una bocca e due occhi, il resto era il mondo nero appannato come da fatto, opaco, mosso, indefinito. Mi svegliavo dal torpore onirico rendendomi conto di aver perso i passaggi chiave della lezione. L’ho anche intravista specchietto alla mano mettersi il burro cacao e la cosa mi ha fatto arrapare alla grande.

Non me la faccio scappare questa”, pensai un giorno, mentre sistemavo blocco e astuccio nello zaino pronto a schizzare fuori dall’aula a fine lezione.

Il venerdì a seguire dal nostro primo ciao, ci siamo ritrovati tutti a casa del Ludo per il compleanno di Piero. Erano i primi di giugno e il sole iniziava a picchiare. La solita serata parauniversitaria zeppa di vodka, Redbull e maria. Era stata invitata anche lei. In fondo c’era anche da aspettarselo, perché il Ludo non se ne fa scappare una, conosce tutti e tutti conoscono lui: ha un potere magnetico nel tirare in mezzo la gente, coinvolge chiunque, muove le masse e, a quella festa, c’era veramente IL MONDO.

Quella sera Rebecca aveva degli occhi stanchi dalla lettura, bulbi cerchiati di nero che mantenevano quel taglio da felino che li facevano sembrare disegnati con la squadra e il righello. Sopracciglia scure di linee rette, cavità oculari profonde dove potevi perderti per interi minuti, senza sbattere le ciglia nemmeno per caso, come quella volta che ero in SPEED ad un rave di Valencia e ho ballato per due giorni senza battere ciglio. Quella volta Mr. Mark si è anche un po’ spaventato, e il giorno dopo sentivo il ventre come se fosse stato maciullato dal didentro da larve e parassiti armati di microlame aguzze.

Al party ci siamo salutati con tre baci sulla guancia, e dopo la gita al frigo, abbiamo colto l’occasione per chiacchierare dieci minuti di un esame che dovevo ancora dare. Io ci ho provato alla grandissima, ero proprio in bomba, ma lei deve aver sentito l’odore dei miei ormoni grossi come lepri strafatte di maria e si è tirata indietro. Mi ha RIFIUTATO. Però non è come al liceo che uno se ne va in para.

“Io l’ho dato a gennaio, una cazzata. Se riesci vai con l’assistente.” Dice lei.

“Ma come la mettiamo col manuale? L’hai fatto tutto?”

“Beh, si. Però non lo chiede sempre. Vai tranquillo.”

“Hai dei bellissimi capelli, sai?” Azzardo. Me la sento. Vai così.

“Sei gentile. L’hai dato letteratura col Bozzi?”

“Si, roba easy. Non sapevo un cazzo, ventisei rubato alla grande. Poi mi sono spippato l’assistente con un discorso su Charles Baudelaire che non c’entrava un tubo, però è piaciuto!”

“Ma Baudelaire non è in programma, a sto giro fanno il monografico sul Montale. Hai già capito che noia.” Dice Rebecca accendendosi stancamente una Pall Mall.

“Beh, trovo Montale davvero sopravvalutato. Ma sai, punti di vista. A proposito, da quanto sei qui nella City?”

“Questo è il quarto anno. Sto in Papiniano con il mio r… fratello maggiore.”

“Come ti trovi, bellissima?”

“Non male. Da dove vengo io non ci sono nemmeno le scale mobili nei centri commerciali. Beh, si, mi piace questa città.”

“Milano o la ami o la odi. Quando ci stai la odi, quando sei via ti manca.”

“Anche a me manca il mio paesino, ma non tornerei mai a viverci. Ti chiude gli sbocchi, insomma hai capito”

“Già. Posso baciarti?”

Faccio per avvicinarmi con le mie labbra alle sue, sicuro di aver letto nella sua gestualità un ardente voglia di accoppiamento. Ad occhi chiusi, tento l’impresa. Nella mia testa solo nero stop, in bocca il dolciastro della vodka alla fragola mescolata alla Redbull. Non vedo niente, Incontro una superficie umida e dura. Ad aprire gli occhi, vedo la sua mano che intercede il mio desiderio.

  •  

      Cosa fai? Ma se non so nemmeno come ti chiami!” Afferma più divertita che seccata.

    • Un sorriso strozzato deforma la mia espressione ebete.

      Lo sai, cara. Milano è un cuore che pulsa e che cammina di fretta. Chiedo perdono. Io sono Federico, so che tu sei Rebecca, sei di giù, sei in corso con Piero, Ludo e gli altri ed emani un profumo da sballo. È D&G?”

      Acqua di Giò. Comunque piacere, Federico. Ma fai così con tutte, o sono l’Eletta? La rapidità spesso è controproducente.”

Con la battuta sulla fretta me la sono giocata, penso. Cerco rimedio nella poesia.

  •  
    • E al tuo paese le donne le fanno tutte straordinariamente belle come te? Cara, ogni tuo sorriso mi riporta alle domande più antiche dell’umanità, dove andiamo, chi siamo …”

    • Vado a pisciare.” taglia corto lei.

Resto sbigottito. La testa sta sballando alla grande e solo una volta ritrovatomi solo sul divano floscio e avvizzito realizzo la figura che ho fatto. Penso malinconicamente a tutte quelle pare al liceo, con quella là di cui ero innamorato perso e che non mi considerava nemmeno di striscio. Questo discorso lo faccio finire dopo trenta secondi perché altrimenti mi rovino la serata. Raccolgo le forze e con un colpo di reni mi alzo dalle profondità più intime del divano direzione frigo. La vedo tra la gente, è là, che parla con delle amiche.

“Ora è regolare, sta cosa del rifiuto” mi dice il Ludo, piazzandomi una gran pacca sulla spalla mentre chiudo il congelatore.

Voglio dire, crescendo impari a gestirla alla grande. Fratello, pensala come una partita non ancora persa che va combattuta fino in fondo. E domani c’è la rivincita. Non come le paranoie sonosbagliatoètroppopermestaquinoncistaràmai. Quelle sono partite perse senza essere giocate. Quelle sono stronzate da ragazzini. Goditi la festa e cerca di riparare in fretta.”

Un grande, penso. Sempre la parola giusta al momento giusto, quel vecchio lupo di mare del Ludo.

E pensare che sentivo già il brivido scorrermi per la spina dorsale, il brivido degli ultimi minuti del match quando sei sul due a zero. Dai, è chiaro che mi guardava con interesse, un minimo la attizzo. È una gran figa, io sono un gran chiacchierone, ce la potevo fare. Forse è la fretta che mi ha fregato. Magari questa pensa che sono un trombaiolo e che me le voglio fare tutte. Beh si è così, ma lei mica lo deve sapere. Me la sono giocata. Sempre sta fretta maledetta da dio.

Inutile raccontarsela, diciamo il vero, analizziamo il fatto a mente fredda: mi ha RIFIUTATO perché indosso una polo VERDE PISELLO che non si può vedere. Maledetto il giorno che ho comprato questa Ralph Lauren VERDE PISELLO. Cento carte dritte nel cesso. Quando esci con dei vestiti che fanno schifo, è sin giusto che la figa di turno ti RIFIUTI.

***

Dopo quella volta del rifiuto, decisi di non darmi per vinto e continuai a corteggiarla con fare simpatico. Scoprimmo col tempo di avere alcuni punti in comune: eravamo entrambi appassionati di birra che, in una donna, è certo una gran cosa. La ragazza se la cavava anche con la chitarra e canticchiava, quando era giù, in una band rock. Gusti musicali simili, fattore importantissimo almeno quanto la sintonia sessuale in una coppia. Nei tempi morti si chiacchierava di Greenday e AC/DC, di Baudelaire e Montale (quest’ultimo sempre più sopravvalutato). In università non mancavano mai le occasioni di incontro, soprattutto nell’arco delle numerose pause caffè alle macchinette. Proprio in questa occasione, un lunedì a metà pomeriggio, la convinsi a seguirmi per un ape, con la scusa dei libri. I libri sono sempre un ottimo motivo per incontrarsi in uni. Costano un casino e a noi, studenti squattrinati morti di fame che piuttosto che un libro ci compriamo due stecche di marocchino copertone, torna utile passarceli vicendevolmente una volta sostenuto l’esame.

La cultura, insomma, è da considerare la migliore amica del giovine eccitato. Aggancio garantito, la scusa perfetta. Con l’arte e la cultura puoi giustificare tutto: dai film porno alle guerre, d’altra parte il sapere spaventa e attrae, insomma in ambiente Unimi va così. Le dissi che avevo dei libri di poesie da passarle per l’esame di letteratura, quello di cui parlammo un paio di settimane prima dal Ludo. Così fissammo l’appuntamento al pub dietro l’angolo, il Totem, al termine delle lezioni, per un genuino scambio dei fotocopie e un paio di Beck’s “in amicizia” (amicizia un corno, questa storia dell’amicizia le signorine dovrebbero togliersela dalla testa una volta per tutte. IO NON SONO TUO AMICO IO VOGLIO SCENDERE ALL’INFERNO e commettere i più perversi e osceni atti sessuali con te, cara amica).

“Eccola!” Sorrido vedendola arrivare.

“Ti ho portato quei libri che ti dicevo” Le dico.

“Grande. Che paura, manca poco …”

Mi torna alla mente la figuraccia del bacio, ma adesso è un’altra storia. Ora sono di fronte a lei mentre il simil deejay del posto mette su un pezzo pestato dei Nirvana. Le fisso i DENTI e penso alle parole del Ludo. Mamma che DENTI.

“Forte questa canzone” mi dice lei.

“Che prendi?” Incalzo, avvicinandomi per farmi sentire.

“Una Heineken, tu?”

“Menabrea”

Ordino al ragazzo che mi porta anche cinquanta stuzzichini.

“Bene, ecco qua i libri …” le dico estraendo dalla borsa un plico di fotocopie.

Beh, grazie mille! Sei proprio gentile!”

“Cara, non dirmi così altrimenti mi emoziono!” (ecco ci risiamo andiamoci piano)

“Per così poco? Mi fai pensare male, con questa FRETTA sempre e comunque. Ascolta, Federico, non prendermi troppo sul serio, ma mi dovrei proprio rilassare ora. L’esame è tra poco, ma in fondo un ape con un AMICO me lo posso anche concedere dopo tutte queste ore di studio, no?”

Amico un corno. Le ragazze usano questa parola come un’arma. Lo so, la sola pronuncia dovrebbe abbattermi in tempi di pace, ma ora che siamo in guerra non mi sfiora nemmeno. Sono concentrato sull’obiettivo, sono carico, ho lavorato su questa faccenda due settimane cercando di preparare il terreno e ora sono qui e accidenti, anche io voglio godermela.

“Nemmeno a me va di parlare dell’esame, parlami di te e rilassati, Rebecca. Questa sera ci sbronziamo e non ci pensiamo più. Anche io ho seimila cose da lasciare alle spalle, sai, pensieri di piombo, e qui mi pare ci sia la musica giusta, la birra giusta e il mood giusto per divertirsi, no?” (questa volta l’ho lanciata più morbida, rischiosa ma studiata.

Sicuro che abbocca.

“Ma si, dai. Che sia una gran sera! Alla faccia degli esami e di chi ci vuole male” brinda lei.

“Gli esami non finiscono mai!” Affermo schioccando la bottiglia da 33cl contro la sua, ridendo di gusto, cercando di fomentare il clima positivo che si sta creando.

“Scemotto!” Sussurra Rebecca.

“Un brindisi agli scemotti, allora!” ribatto io per farla ridere.

Ok ci siamo. L’uso del vezzeggiativo. Questo si che è UN BUON SEGNO. Noto con un certo stupore che la sua Heineken è già kaputt e sorrido dentro pensando alla seconda, alla terza, alla quarta.

***

Temo che si sia andati ben oltre alla quarta birra. La serata sta andando alla grandissima, c’è feeling con Rebecca. Non ho mai amato così tanto il deejay del Totem come stasera. Mi sforna, nell’ordine: “Time for heroes” di Libertines, “When I come around” dei Greenday”, “Self Esteem” degli Offspring, qualcosa degli Stones (“Paint it Black”) e spinge duro con il grunge di Seattle. Gioco in casa: birra, una bella figa e musica alternativa. Sono spigliato e affascinante come non mai. Parliamo di uni e di amici comuni, lei parla del suo paese e mi racconta anche di un paio di sbronze leggendarie prese al mare anni fa. Quando ride io non capisco più niente. Io rispondo sfoderando tutte le storie migliori della mia vita senza cadere in quelle vere ma difficilissime da dimostrare (rischiano di farmi passare per un banfone). Tutto attorno è come lucido e di fronte a me vedo solo quei DENTI bianchissimi e quelle labbra GRASSE. È possibile innamorarsi dei particolari? Decido di provare a SPINGERE un po’ sull’acceleratore.


“Sai, hai dei DENTI straordinari. No, Davvero, mai visti DENTI del genere. Sei l’emblema dell’igiene orale mondiale!”

“Beh, caro il mio Fede” mi fa lei, “non sarai mica un po’ troppo fissato con i particolari?”

Colpita, affondata.

Rebecca, Dio sta nei particolari,” Le dico io.


La prendo in giro un paio di volte per il suo marcato accento del sud, al che iniziamo a parlare di politica e di Lega Nord giungendo alla conclusione che entrambi siamo dalla stessa parte e che dunque non c’è nulla di cui preoccuparsi. Continuiamo a bere birra e la sua barriera psicologica che le impediva di aprirsi completamente lentamente si scioglie come cera.

“Sai, non prendermi sul serio, ma fuori dall’ambiente di studio sei un’altra persona”

“… Meglio o peggio?” risponde Rebecca in maniera più che prevedibile.

“DECISAMENTE MEGLIO! Sai, pensavo te la menassi un po’. O meglio, che non fossi così simpatica!”

“Idem io. Alla festa del Ludo mi sembravi il solito avvoltoio milanese chiacchierone e anche un po’ polentone, un lupo vanesio alla ricerca continua di prede da ammaliare, di pecorelle smarrite venute del sud. Invece dai, anche tu non sei così male”.

Ci siamo, le prendo la mano sinistra con la mia destra e inizio a giocare con il suo palmo, continuando a parlare, in un gioco psicologico duro ma necessario. Calma piatta. In certi casi, se non accade nulla, è un gran bel segno. Ora c’è il contatto, ora siamo INTIMI. La mano è umida e la cosa inizia a farsi veramente eccitante mentre disegno figure astratte con l’indice sulla sua pelle.

Tasso alcolico giusto, appena prima del troppo. I miei occhi sono stampati sui suoi, ci dividono soltanto dieci centimetri di desiderio, inizio a sentire il sapore caldo espirato dalle sue labbra. Ho un’erezione. Gli occhi sono fissi gli uni negli altri mentre le casse pompano il riff iniziale di “Reptilia” degli Strokes. Sono talmente vicino che non vedo più né i suoi DENTI, né le sue LABBRA GRASSE. Anche se non le sto baciando, è come se fossi già dentro quella bocca bagnata. Tengo alta la discussione e l’alimento con frasi ad effetto. Mi sento Dio.

La concentrazione è massima, mi isolo dalla musica per corteggiarla con ancor più attenzione, quando improvvisamente, proprio mentre si parlava di baci, vengo assalito da un fulmineo stato d’ansia. Non capisco cosa mi sta accadendo, mi spavento. Lei se ne accorge. Sono fottuto. Sudo freddo e la mia parlantina inizia a zoppicare. Con una scusa qualsiasi schizzo in bagno. In fondo a destra trovo una toilette libera e mi ci ficco dentro di corsa, come se in questo cesso ci fosse la risposta a tutte le mie domande. Chiudo la porta, dentro il bagno sento solo i bassi compressi della musica che stanno sparando là fuori.

Mi fisso allo specchio per qualche secondo, fino a quando non inizio a ridere istericamente. Rido sino a piangere. Sento come un pugno, dieci pugni allo stomaco. Mi siedo sulla tazza del cesso e disperato mi accendo una Merit. Rialzandomi inciampo ma riesco ad appoggiarmi al lavandino. Lo specchio non mente, tutto quello che credevo di aver visto è reale. Strizzo gli occhi ma nulla cambia. Di nuovo così, non è possibile, mi sale l’odio e tiro un calcio alla porta che trema per alcuni secondi.

Ho indosso ancora quella fottuta POLO VERDE PISELLO. Sotto le luci al neon del bagno sembra ancor di più VERDE PISELLO. Ho un mezzo conato e butto la testa nel cesso, ma non viene su un cazzo. Sudo freddo e mi tremano le mani. Mi manca l’aria, e il fumo della Merit mi nausea. Gli occhi sono pieni di lacrime. La sbronza gira male. Non me la sento di continuare. Mi sciacquo il viso sotto l’acqua gelida, invento al volo una scusa, lascio cinquanta euro sul tavolo dove io e Rebecca eravamo seduti e, senza farmi vedere da nessuno, torno a casa pieno di vergogna. 

PornoSbronze 2008-2011 © Riproduzione Riservata

Non aveva mai visto il mare

Non aveva mai visto il mare, eppure lo poteva sfiorare con l’immaginazione, immergervisi dentro come un pesce e nuotarvici come un giovane delfino. Tutto questo accadeva nella vasca da bagno il mercoledì, giorno di pulizia, di ristoro e di faccende domestiche.

La scuola andava e non andava, l’insegnante gli aveva annunciato la mattina stessa che il giorno seguente si sarebbe svolto il tema. “Un momento importante della tua vita”, voleva il titolo. Fu così che riprese dopo anni, forse secoli dallo scaffale quel tomo (a lui pareva immenso, in realtà erano meno di centocinquanta pagine) e prese a sfogliarlo. Era “La ricerca dell’Assoluto” di Balzac. Aveva ancora i capelli umidi del bagno, ed uno spiffero disturbava la sua nuca come sottili dardi di ghiaccio, mentre rileggeva le parti sottolineate chissà quanto tempo fa da chissà chi.

Socchiuse la finestra, l’inverno parigino era oramai alle porte, e non mancava di bussare insistentemente al calare del sole.

Resta il fatto che il tema andò davvero male. Era l’ultima chance, prima del termine del semestre, annunciò la settimana prima la maestra. I genitori non la presero bene. Lui giurò di non aver copiato quella frasona altisonante con cui concluse il testo, ma nessuno gli credette.

Aveva anche beccato sua madre baciare un altro, un tipo alto e baffuto, un giorno che aveva bigiato, e la cosa lo scosse un po’. Fu così che iniziò a diventare un problema. E più diventava un problema, ’sto ragazzino, più faceva il problematico. Sempre in castigo dietro alla lavagna, insomma. Iniziò a rubacchiare qua e là, anziché presentarsi a lezione. Sognava di scappare con i soldi della ricettazione.

Finì in riformatorio.

Prese diversi sberloni, e le visite erano molto rare. La psicologa gli rivolse numerose domande sulla sua attività sessuale. Tutto questo lo mise in estremo imbarazzo.

Un pomeriggio prese la sua decisione. Durante una partitella al campo dell’istituto, sgattaiolò sotto la rete e iniziò a correre. Sapeva di essere seguito, tallonato, ma a lui non importava. Corse fintanto che la forza delle gambe non venne meno, quando la sua meta fu raggiunta.

Aveva, per la prima volta nella sua giovane vita, raggiunto il mare.

Lo mirò, da vicino, per un istante che parve infinito.

Si girò poi con orgoglio verso i suoi aguzzini, ed in silenzio pianse.

-

Testo liberamente ispirato a “Les quatre-cents coups” di François Truffaut. Francia 1959

PornoSbronze 2008-2011 © Riproduzione Riservata

Lavorava fino a tardi, quella sera

Lavorava fino a tardi, quella sera. Aveva bisogno di quattrini e si concedeva estenuanti straordinari in quel fast-food che pensava sarebbe stata la sua tomba. Nell’ombra dell’ 1:34 la testa era china sull’asfalto, i pensieri gironzolavano altrove. I passi verso la fermata scandivano i secondi. Progetti, mille progetti, la maggior parte irrealizzabile. Voleva fare l’artista, lui. Ma senza soldi non si canta la messa, senza soldi non vivi.

Poi c’era la crisi.

Una folta schiera di neo-laureati stipati in call-center, ristoranti e centri commerciali. “Dovremmo ribellarci”, pensava.

La sostitutiva tardava a passare.

Il freddo iniziava a farsi sentire, dalle mani alle orecchie, al naso. Sulle lenti degli occhiali qualche goccia di pioggia comprometteva la visuale. Il pacchetto di Merit indica il livello di emergenza, quota due. Si accende la penultima sigaretta del mazzo, decide di farlo.

Prende coraggio, chiude gli occhi, apre lo zaino e si lancia in una folle corsa verso l’ignoto. Immagini veloci scandiscono il passato, il presente, il futuro. Non c’è tempo per pensare, non c’è tempo per dormire. Bisogna agire. Idee sconnesse che avranno valore in un altro momento, in un altro istante, in un altra realtà. Le parole sono urlate da un individuo invisibile dritte all’orecchio con sconcertante chiarezza, illuminante fervore.

Solo la luce degli abbaglianti lo risveglia da quell’esperienza così totalizzante.

La sostitutiva che lo porterà a casa è arrivata. Chiude il libro, timbra, e si risveglia al lavoro.



Di nuovo.

PornoSbronze 2008-2011 © Riproduzione Riservata