C’è questa ragazza in uni che sembra Sofia Loren, ma non si chiama Sofia Loren bensì Rebecca D’Angelo. Pare abbia un bel ventiquattro anni, proprio come me, mica di primo pelo per intenderci. Sembra sia cresciuta nelle terre del Sud, un paesino in cima alle colline, con una splendida vista sul mare. A Milano è venuta per studiare, e ci siamo incontrati due settimane fa al corso di Letteratura medievale e io mi sono soffermato subito sui suoi OCCHI e sui suoi DENTI.
Ha dei denti grandi e bianchissimi. Una dentatura perfetta, da predatrice dei mari. Anche di corpo non è niente male, unoesessanta, semplice nel vestire, avvolta da completini estivi e infradito colorate, ma giuro che DENTI. Una bocca costellata di perle e circondata da due labbra carnose come un quarto di bue appena spellato e macellato. Mora, una terza scarsa, portamento nobile, con queste due labbra GRASSE che sembrano finte. Fattezze di giù, si direbbe MEDITERRANEA anche perché ha la pelle olivastra e quell’accento e quella parlantina che pronuncia le G doppie anche quando non ce n’è bisogno.
Quando interveniva a lezione, i primi giorni di questo semestre, vedevo soltanto la sua bocca e i suoi occhi. Se ci penso bene, questa fissa non era particolarmente indicata come cosa, mi deconcentrava alla grande, nel senso che per interi minuti non vedevo null’altro di lei: era una bocca e due occhi, il resto era il mondo nero appannato come da fatto, opaco, mosso, indefinito. Mi svegliavo dal torpore onirico rendendomi conto di aver perso i passaggi chiave della lezione. L’ho anche intravista specchietto alla mano mettersi il burro cacao e la cosa mi ha fatto arrapare alla grande.
“Non me la faccio scappare questa”, pensai un giorno, mentre sistemavo blocco e astuccio nello zaino pronto a schizzare fuori dall’aula a fine lezione.
Il venerdì a seguire dal nostro primo ciao, ci siamo ritrovati tutti a casa del Ludo per il compleanno di Piero. Erano i primi di giugno e il sole iniziava a picchiare. La solita serata parauniversitaria zeppa di vodka, Redbull e maria. Era stata invitata anche lei. In fondo c’era anche da aspettarselo, perché il Ludo non se ne fa scappare una, conosce tutti e tutti conoscono lui: ha un potere magnetico nel tirare in mezzo la gente, coinvolge chiunque, muove le masse e, a quella festa, c’era veramente IL MONDO.
Quella sera Rebecca aveva degli occhi stanchi dalla lettura, bulbi cerchiati di nero che mantenevano quel taglio da felino che li facevano sembrare disegnati con la squadra e il righello. Sopracciglia scure di linee rette, cavità oculari profonde dove potevi perderti per interi minuti, senza sbattere le ciglia nemmeno per caso, come quella volta che ero in SPEED ad un rave di Valencia e ho ballato per due giorni senza battere ciglio. Quella volta Mr. Mark si è anche un po’ spaventato, e il giorno dopo sentivo il ventre come se fosse stato maciullato dal didentro da larve e parassiti armati di microlame aguzze.
Al party ci siamo salutati con tre baci sulla guancia, e dopo la gita al frigo, abbiamo colto l’occasione per chiacchierare dieci minuti di un esame che dovevo ancora dare. Io ci ho provato alla grandissima, ero proprio in bomba, ma lei deve aver sentito l’odore dei miei ormoni grossi come lepri strafatte di maria e si è tirata indietro. Mi ha RIFIUTATO. Però non è come al liceo che uno se ne va in para.
“Io l’ho dato a gennaio, una cazzata. Se riesci vai con l’assistente.” Dice lei.
“Ma come la mettiamo col manuale? L’hai fatto tutto?”
“Beh, si. Però non lo chiede sempre. Vai tranquillo.”
“Hai dei bellissimi capelli, sai?” Azzardo. Me la sento. Vai così.
“Sei gentile. L’hai dato letteratura col Bozzi?”
“Si, roba easy. Non sapevo un cazzo, ventisei rubato alla grande. Poi mi sono spippato l’assistente con un discorso su Charles Baudelaire che non c’entrava un tubo, però è piaciuto!”
“Ma Baudelaire non è in programma, a sto giro fanno il monografico sul Montale. Hai già capito che noia.” Dice Rebecca accendendosi stancamente una Pall Mall.
“Beh, trovo Montale davvero sopravvalutato. Ma sai, punti di vista. A proposito, da quanto sei qui nella City?”
“Questo è il quarto anno. Sto in Papiniano con il mio r… fratello maggiore.”
“Come ti trovi, bellissima?”
“Non male. Da dove vengo io non ci sono nemmeno le scale mobili nei centri commerciali. Beh, si, mi piace questa città.”
“Milano o la ami o la odi. Quando ci stai la odi, quando sei via ti manca.”
“Anche a me manca il mio paesino, ma non tornerei mai a viverci. Ti chiude gli sbocchi, insomma hai capito”
“Già. Posso baciarti?”
Faccio per avvicinarmi con le mie labbra alle sue, sicuro di aver letto nella sua gestualità un ardente voglia di accoppiamento. Ad occhi chiusi, tento l’impresa. Nella mia testa solo nero stop, in bocca il dolciastro della vodka alla fragola mescolata alla Redbull. Non vedo niente, Incontro una superficie umida e dura. Ad aprire gli occhi, vedo la sua mano che intercede il mio desiderio.
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“Cosa fai? Ma se non so nemmeno come ti chiami!” Afferma più divertita che seccata.
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Un sorriso strozzato deforma la mia espressione ebete.
“Lo sai, cara. Milano è un cuore che pulsa e che cammina di fretta. Chiedo perdono. Io sono Federico, so che tu sei Rebecca, sei di giù, sei in corso con Piero, Ludo e gli altri ed emani un profumo da sballo. È D&G?”
“Acqua di Giò. Comunque piacere, Federico. Ma fai così con tutte, o sono l’Eletta? La rapidità spesso è controproducente.”
Con la battuta sulla fretta me la sono giocata, penso. Cerco rimedio nella poesia.
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“E al tuo paese le donne le fanno tutte straordinariamente belle come te? Cara, ogni tuo sorriso mi riporta alle domande più antiche dell’umanità, dove andiamo, chi siamo …”
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“Vado a pisciare.” taglia corto lei.
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…
Resto sbigottito. La testa sta sballando alla grande e solo una volta ritrovatomi solo sul divano floscio e avvizzito realizzo la figura che ho fatto. Penso malinconicamente a tutte quelle pare al liceo, con quella là di cui ero innamorato perso e che non mi considerava nemmeno di striscio. Questo discorso lo faccio finire dopo trenta secondi perché altrimenti mi rovino la serata. Raccolgo le forze e con un colpo di reni mi alzo dalle profondità più intime del divano direzione frigo. La vedo tra la gente, è là, che parla con delle amiche.
“Ora è regolare, sta cosa del rifiuto” mi dice il Ludo, piazzandomi una gran pacca sulla spalla mentre chiudo il congelatore.
”Voglio dire, crescendo impari a gestirla alla grande. Fratello, pensala come una partita non ancora persa che va combattuta fino in fondo. E domani c’è la rivincita. Non come le paranoie sonosbagliatoètroppopermestaquinoncistaràmai. Quelle sono partite perse senza essere giocate. Quelle sono stronzate da ragazzini. Goditi la festa e cerca di riparare in fretta.”
Un grande, penso. Sempre la parola giusta al momento giusto, quel vecchio lupo di mare del Ludo.
E pensare che sentivo già il brivido scorrermi per la spina dorsale, il brivido degli ultimi minuti del match quando sei sul due a zero. Dai, è chiaro che mi guardava con interesse, un minimo la attizzo. È una gran figa, io sono un gran chiacchierone, ce la potevo fare. Forse è la fretta che mi ha fregato. Magari questa pensa che sono un trombaiolo e che me le voglio fare tutte. Beh si è così, ma lei mica lo deve sapere. Me la sono giocata. Sempre sta fretta maledetta da dio.
Inutile raccontarsela, diciamo il vero, analizziamo il fatto a mente fredda: mi ha RIFIUTATO perché indosso una polo VERDE PISELLO che non si può vedere. Maledetto il giorno che ho comprato questa Ralph Lauren VERDE PISELLO. Cento carte dritte nel cesso. Quando esci con dei vestiti che fanno schifo, è sin giusto che la figa di turno ti RIFIUTI.
***
Dopo quella volta del rifiuto, decisi di non darmi per vinto e continuai a corteggiarla con fare simpatico. Scoprimmo col tempo di avere alcuni punti in comune: eravamo entrambi appassionati di birra che, in una donna, è certo una gran cosa. La ragazza se la cavava anche con la chitarra e canticchiava, quando era giù, in una band rock. Gusti musicali simili, fattore importantissimo almeno quanto la sintonia sessuale in una coppia. Nei tempi morti si chiacchierava di Greenday e AC/DC, di Baudelaire e Montale (quest’ultimo sempre più sopravvalutato). In università non mancavano mai le occasioni di incontro, soprattutto nell’arco delle numerose pause caffè alle macchinette. Proprio in questa occasione, un lunedì a metà pomeriggio, la convinsi a seguirmi per un ape, con la scusa dei libri. I libri sono sempre un ottimo motivo per incontrarsi in uni. Costano un casino e a noi, studenti squattrinati morti di fame che piuttosto che un libro ci compriamo due stecche di marocchino copertone, torna utile passarceli vicendevolmente una volta sostenuto l’esame.
La cultura, insomma, è da considerare la migliore amica del giovine eccitato. Aggancio garantito, la scusa perfetta. Con l’arte e la cultura puoi giustificare tutto: dai film porno alle guerre, d’altra parte il sapere spaventa e attrae, insomma in ambiente Unimi va così. Le dissi che avevo dei libri di poesie da passarle per l’esame di letteratura, quello di cui parlammo un paio di settimane prima dal Ludo. Così fissammo l’appuntamento al pub dietro l’angolo, il Totem, al termine delle lezioni, per un genuino scambio dei fotocopie e un paio di Beck’s “in amicizia” (amicizia un corno, questa storia dell’amicizia le signorine dovrebbero togliersela dalla testa una volta per tutte. IO NON SONO TUO AMICO IO VOGLIO SCENDERE ALL’INFERNO e commettere i più perversi e osceni atti sessuali con te, cara amica).
“Eccola!” Sorrido vedendola arrivare.
“Ti ho portato quei libri che ti dicevo” Le dico.
“Grande. Che paura, manca poco …”
Mi torna alla mente la figuraccia del bacio, ma adesso è un’altra storia. Ora sono di fronte a lei mentre il simil deejay del posto mette su un pezzo pestato dei Nirvana. Le fisso i DENTI e penso alle parole del Ludo. Mamma che DENTI.
“Forte questa canzone” mi dice lei.
“Che prendi?” Incalzo, avvicinandomi per farmi sentire.
“Una Heineken, tu?”
“Menabrea”
Ordino al ragazzo che mi porta anche cinquanta stuzzichini.
“Bene, ecco qua i libri …” le dico estraendo dalla borsa un plico di fotocopie.
“Beh, grazie mille! Sei proprio gentile!”
“Cara, non dirmi così altrimenti mi emoziono!” (ecco ci risiamo andiamoci piano)
“Per così poco? Mi fai pensare male, con questa FRETTA sempre e comunque. Ascolta, Federico, non prendermi troppo sul serio, ma mi dovrei proprio rilassare ora. L’esame è tra poco, ma in fondo un ape con un AMICO me lo posso anche concedere dopo tutte queste ore di studio, no?”
Amico un corno. Le ragazze usano questa parola come un’arma. Lo so, la sola pronuncia dovrebbe abbattermi in tempi di pace, ma ora che siamo in guerra non mi sfiora nemmeno. Sono concentrato sull’obiettivo, sono carico, ho lavorato su questa faccenda due settimane cercando di preparare il terreno e ora sono qui e accidenti, anche io voglio godermela.
“Nemmeno a me va di parlare dell’esame, parlami di te e rilassati, Rebecca. Questa sera ci sbronziamo e non ci pensiamo più. Anche io ho seimila cose da lasciare alle spalle, sai, pensieri di piombo, e qui mi pare ci sia la musica giusta, la birra giusta e il mood giusto per divertirsi, no?” (questa volta l’ho lanciata più morbida, rischiosa ma studiata.
Sicuro che abbocca.
“Ma si, dai. Che sia una gran sera! Alla faccia degli esami e di chi ci vuole male” brinda lei.
“Gli esami non finiscono mai!” Affermo schioccando la bottiglia da 33cl contro la sua, ridendo di gusto, cercando di fomentare il clima positivo che si sta creando.
“Scemotto!” Sussurra Rebecca.
“Un brindisi agli scemotti, allora!” ribatto io per farla ridere.
Ok ci siamo. L’uso del vezzeggiativo. Questo si che è UN BUON SEGNO. Noto con un certo stupore che la sua Heineken è già kaputt e sorrido dentro pensando alla seconda, alla terza, alla quarta.
***
Temo che si sia andati ben oltre alla quarta birra. La serata sta andando alla grandissima, c’è feeling con Rebecca. Non ho mai amato così tanto il deejay del Totem come stasera. Mi sforna, nell’ordine: “Time for heroes” di Libertines, “When I come around” dei Greenday”, “Self Esteem” degli Offspring, qualcosa degli Stones (“Paint it Black”) e spinge duro con il grunge di Seattle. Gioco in casa: birra, una bella figa e musica alternativa. Sono spigliato e affascinante come non mai. Parliamo di uni e di amici comuni, lei parla del suo paese e mi racconta anche di un paio di sbronze leggendarie prese al mare anni fa. Quando ride io non capisco più niente. Io rispondo sfoderando tutte le storie migliori della mia vita senza cadere in quelle vere ma difficilissime da dimostrare (rischiano di farmi passare per un banfone). Tutto attorno è come lucido e di fronte a me vedo solo quei DENTI bianchissimi e quelle labbra GRASSE. È possibile innamorarsi dei particolari? Decido di provare a SPINGERE un po’ sull’acceleratore.
“Sai, hai dei DENTI straordinari. No, Davvero, mai visti DENTI del genere. Sei l’emblema dell’igiene orale mondiale!”
“Beh, caro il mio Fede” mi fa lei, “non sarai mica un po’ troppo fissato con i particolari?”
Colpita, affondata.
“Rebecca, Dio sta nei particolari,” Le dico io.
La prendo in giro un paio di volte per il suo marcato accento del sud, al che iniziamo a parlare di politica e di Lega Nord giungendo alla conclusione che entrambi siamo dalla stessa parte e che dunque non c’è nulla di cui preoccuparsi. Continuiamo a bere birra e la sua barriera psicologica che le impediva di aprirsi completamente lentamente si scioglie come cera.
“Sai, non prendermi sul serio, ma fuori dall’ambiente di studio sei un’altra persona”
“… Meglio o peggio?” risponde Rebecca in maniera più che prevedibile.
“DECISAMENTE MEGLIO! Sai, pensavo te la menassi un po’. O meglio, che non fossi così simpatica!”
“Idem io. Alla festa del Ludo mi sembravi il solito avvoltoio milanese chiacchierone e anche un po’ polentone, un lupo vanesio alla ricerca continua di prede da ammaliare, di pecorelle smarrite venute del sud. Invece dai, anche tu non sei così male”.
Ci siamo, le prendo la mano sinistra con la mia destra e inizio a giocare con il suo palmo, continuando a parlare, in un gioco psicologico duro ma necessario. Calma piatta. In certi casi, se non accade nulla, è un gran bel segno. Ora c’è il contatto, ora siamo INTIMI. La mano è umida e la cosa inizia a farsi veramente eccitante mentre disegno figure astratte con l’indice sulla sua pelle.
Tasso alcolico giusto, appena prima del troppo. I miei occhi sono stampati sui suoi, ci dividono soltanto dieci centimetri di desiderio, inizio a sentire il sapore caldo espirato dalle sue labbra. Ho un’erezione. Gli occhi sono fissi gli uni negli altri mentre le casse pompano il riff iniziale di “Reptilia” degli Strokes. Sono talmente vicino che non vedo più né i suoi DENTI, né le sue LABBRA GRASSE. Anche se non le sto baciando, è come se fossi già dentro quella bocca bagnata. Tengo alta la discussione e l’alimento con frasi ad effetto. Mi sento Dio.
La concentrazione è massima, mi isolo dalla musica per corteggiarla con ancor più attenzione, quando improvvisamente, proprio mentre si parlava di baci, vengo assalito da un fulmineo stato d’ansia. Non capisco cosa mi sta accadendo, mi spavento. Lei se ne accorge. Sono fottuto. Sudo freddo e la mia parlantina inizia a zoppicare. Con una scusa qualsiasi schizzo in bagno. In fondo a destra trovo una toilette libera e mi ci ficco dentro di corsa, come se in questo cesso ci fosse la risposta a tutte le mie domande. Chiudo la porta, dentro il bagno sento solo i bassi compressi della musica che stanno sparando là fuori.
Mi fisso allo specchio per qualche secondo, fino a quando non inizio a ridere istericamente. Rido sino a piangere. Sento come un pugno, dieci pugni allo stomaco. Mi siedo sulla tazza del cesso e disperato mi accendo una Merit. Rialzandomi inciampo ma riesco ad appoggiarmi al lavandino. Lo specchio non mente, tutto quello che credevo di aver visto è reale. Strizzo gli occhi ma nulla cambia. Di nuovo così, non è possibile, mi sale l’odio e tiro un calcio alla porta che trema per alcuni secondi.
Ho indosso ancora quella fottuta POLO VERDE PISELLO. Sotto le luci al neon del bagno sembra ancor di più VERDE PISELLO. Ho un mezzo conato e butto la testa nel cesso, ma non viene su un cazzo. Sudo freddo e mi tremano le mani. Mi manca l’aria, e il fumo della Merit mi nausea. Gli occhi sono pieni di lacrime. La sbronza gira male. Non me la sento di continuare. Mi sciacquo il viso sotto l’acqua gelida, invento al volo una scusa, lascio cinquanta euro sul tavolo dove io e Rebecca eravamo seduti e, senza farmi vedere da nessuno, torno a casa pieno di vergogna.
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